In cucina

In cucina 1

C’era un atleta, tonsurato come un templare, che alle tre del pomeriggio attraversava la pineta da Punta Marina sino alla Regina d’Africa tenendo con sé una valigetta d’alluminio e quando sbarcava nella cucina del locale eccolo dittatore irascibile e inavvicinabile.
Al cameriere che riferiva di una piacevole signora, che oltre ad aver gradito il menù avrebbe assaggiato anche il cuoco, fu detto che se si fosse azzardata a varcare la soglia sarebbe stata affettata. Uno che non aveva pietà per sé, tantomeno per gli altri. Dichiarava e mostrava di detestarci tutti, noi soci, in blocco. Ovviamente non era così ma voleva che noi pensassimo che lui era tanto forte da fottersene del nostro giudizio.
È stato il primo che ho visto consumare casse d’acqua minerale fuori dal suo palazzetto dello sport, la cucina. Detestava il vino.

In cucina 2

C’è un cuoco inferocito nella cucina della R. d’A: – Qui è tutto in disordine. Un casino. Io non ho lasciato le cose così sparpagliate!
Silenzio.
– Siete muti?
– Ci sono solo io, risparmiati il plurale, gli fa eco dal corridoio Leonello.
– Siete una muta impazzita senza guida, senza rispetto.
– Senza Dio, senza letto ( Leonello, canticchiando).
Deglutisce il cuoco. Ha la stazza di un granatiere. L’occhio, tenuto di solito sul cinico sprezzante, tradito dal pallore del viso mirabilmente contratto (“È tutta scena”, pensa Leonello) manda un che di sfinimento con ultima lettura possibile che sembra dire: – Falla finita! Dammi pace.
Leonello non cede, sa bene chi ha di fronte. Non c’è spazio per rispondergli ragionevolmente. (“Che frigni, che urli, non ci saranno cuochi qui dentro che possano comandare. Te la do io la fama d’intrattabile signore del posto dove lavori”).
– Vai in cucina e preparami la colazione.
Sono le quattro e mezza del solito rovente pomeriggio di luglio. Leonello farà la doccia – non più di dieci minuti –, si spalmerà le creme al cortisone necessarie a tenere buona la gamba. Non è detto che non si faccia un paio di intramuscolo per altre sofferenze latenti. Alla fine di queste operazioni l’umore sarà quello di un uomo che si chiede se il propr io destino sia tutto lì: un mondo che gli dà tutto e non gli lascia niente. Almeno così pensa lui. Gli altri hanno una visione diversa: tutte le donne che vuole, una vita con comodi orari, servito come un re.
Sono passati circa venti minuti quando si apre la por ta del bagno-doccia: Leonello ha un asciugamano color ocra 50 attorno alla vita, i capelli bagnati, gocciolanti, sta uscendo da Un mercoledì da leoni e lo sa.
L’altro è immobile, un granatiere appunto, a non più di quaranta centimetri dalla soglia dove Leonello si è bloccato nel vederselo davanti con quell’enorme vassoio stracolmo. Basterebbe una risata e la tensione scenderebbe a zero.
La scena, per un occhio esterno che cos’è se non una presa in giro del tipo: – Ah sì? Mi hai chiesto la colazione? Eccola. Infatti lo chef regge con alterigia un vassoio su cui c’è di tutto, dal roast beef allo yogurt, dal pane tostato al tè sino alle marmellate (se ne vedono almeno di tre qualità nel piattino), poi carote grattugiate, insalata, melone e altro ancora con tanto di tovagliolini, posate, tazze e un bicchiere. Non è un vassoio, è il missile del gourmet inferocito pronto sulla pista di lancio. Basterà un niente, un passo falso e il brillante cuoco della R.d’A. si sarà licenziato dopo un coup de théâtre memorabile: da raccontare per decenni. Troppe storie sulle spalle di Leonello, persino una sul Moro di Venezia, per finire inzaccherato sotto un vassoio dove stanno ben nascosti, dentro spregevoli manufatti di ceramica, gamberetti, maionese e persino tortellini al ragù col loro imperdibile tanfo d’avanzi riscaldati.
Sulle tegole della R.d’A. cadono in continuazione pigne con colpi secchi, improvvisi come i colpi di tosse della commercialista. Lei fuma. Non si dà pace. È venuta più volte, di persona, a vedere quel posto che funziona come il vento del deserto: solleva una nuvola (di danaro) che disperde nell’aria e per giunta non lascia neanche una duna. Leonello la odia con tutte le sue forze: odia il buon senso dei suoi suggerimenti. Per questo odia anche il cuoco quando usa la categoria del “buon senso”. Diventa furibondo quando se ne lamenta alle riunioni di gestione. Nelle riunioni di gestione però non è mai stato detto – anche se tutti lo sappiamo –, che la tensione fra Leonello e lo chef sfiora lo scontro fisico rimbalzando via via dalla visione padronale dell’uno alla lesione della dignità professionale dell’altro, passando sinuosa attraverso la vasca dei veleni dei rispettivi sedici anni troppo piena, per entrambi, di molte notti indimenticabili ma non per questo sempre piacevoli.
Una pigna tosta, con tutto il suo meraviglioso corredo di pinoli si schianta con un colpo che sembra d’arma da fuoco sul tetto, sopra i due bloccati sul chi vive appena un metro più sotto. La sensibilità è un bene, l’ipersensibilità, spesso, un guaio.
Qui l’ipersensibilità è tutta nel corpo dello chef, è lui che ha deciso di rispondere una volta per tutte alle provocazioni di Leonello, è lui che ha l’adrenalina alle stelle e quindi è lui che al colpo della pigna ha un sobbalzo. La presa della mano sotto quel vassoio d’acciaio stracarico e umido, già di per sé difficile in condizioni normali, si perde in quel sussulto e tutto si scarica qualche metro più in là, verso la cucina da dove era uscito retto da baldanzose istanze. Non ride Leonello, potrebbe farlo, eccome. Ma ridere sarebbe pur sempre aprire un dialogo, magari di scherno. No. È nella sua natura abbattere o essere abbattuto, senza mediazioni. Per questo si limita a scrollare il capo con visibile aria di compatimento e disgusto per quel meschino, non senza intimargli di portare la colazione entro venti minuti, in sala, ovviamente.