Come e perché la Regina d’Africa

Alla fine, in quell’orario nel quale la notte fonda sta già diventando mattino, eravamo rimasti noi cinque. Di tutti gli altri, le centinaia di persone che avevano partecipato alla prima de la Regina d’Africa, non c’era più traccia.

La serata era stata preparata solo con inviti e col passa parola fatto circolare durante il periodo dei lavori di ristrutturazione. Questo non ci rendeva tanto tranquilli su come sarebbe  andata per cui all’ultimo momento Danilo ci convinse ad organizzare un buffet per oltre cento persone reduci dall’inaugurazione di una mostra di pittura.

Ci eravamo preparati a modo nostro con molta attenzione al look ed ai particolari,  con Mauro Zanarini che aveva tenuto qualche lezione teorica sul servizio: per ogni tipo di birra il suo bicchiere, per ogni liquore il bicchiere giusto, idem per i vini. Il tutto servito alla giusta temperatura e nella giusta quantità. Per la qualità nessun problema perché lui aveva preso ciò che c’era di meglio sul mercato: pochi whisky e solo quelli affumicati  ma molti bourbon, non solo cognac ma anche Armagnac,  grappe e acquavite di pregio, gin e rhum di qualità per i coktail, per finire con una serie di bottiglie di rosolio che quasi nessuno ci avrebbe mai chiesto perché costava una fortuna e perché in Romagna il rosolio è uno dei liquori che le nonne mettevano nei dolci. Quello che mancava era la  pratica sia nostra che del personale formato da mogli fidanzate amiche e amici, con il cuoco unico professionista del gruppo (ma non era ancora Elio che sarebbe arrivato solo l’anno successivo).

L’inizio fu piuttosto comico, ci aspettavamo l’arrivo di qualche conoscente che ci aiutasse a rompere il ghiaccio ed invece i primi ad  arrivare furono  alcuni clienti del vecchio ristorante che non capivano bene dove fossero capitati mentre noi li guardavamo increduli.

Fu solo un attimo. La Regina si riempì molto in fretta e quando arrivarono quelli della mostra eravamo letteralmente sommersi dalla gente e molto del cibo destinato a loro aveva sfamato altre bocche. Se non fu vero caos ci andò molto vicino ma i clienti si mostrarono tolleranti, anche quando il cuoco “professionista” cominciò  a fare uscire dalla cucina gli hamburger senza la carne.

Una serata indimenticabile e noi ora eravamo lì, stremati ma vivi a gustarci questo primo successo ed a ragionare sul dopo. Ci sarebbe capitato spesso nei tre anni successivi di trovarci lì a quell’ora a decidere se correre a letto  per fare un paio di ore di sonno o andare direttamente al lavoro (quello che ci permetteva di mantenere la Regina). Ma quella mattina non avevamo fretta, eravamo reduci dall’apertura.  Questo era il nostro locale, lo avevamo voluto così per il nostro piacere e il nostro tempo libero. Si era rivelato da subito anche il locale di tanta altra gente ed era bastata una serata per capire che per noi non sarebbe stato un gioco ma un vero lavoro.

La “Regina d’Africa” era nata perché ne sentivamo il bisogno in quanto clienti di locali che raramente ci lasciavano soddisfatti. Agli inizi degli anni Ottanta Ravenna era di una tristezza infinita, il “Cappello e la testa”  e “L’ultimo piano” avevano chiuso, al posto del “Big Apple” avevano aperto una palestra e il “Negrillo Winter”  funzionava solo di sabato. Così nelle lunghe serate invernali ci ritrovavamo in piazza finchè il freddo e l’umidità non ci costringevano  in casa di qualcuno, quasi sempre da Danilo, o chiusi nella macchina di Giorgio a cazzeggiare  ascoltando musica e fumando. Ogni tanto si andava a Bologna o nel riminese. D’estate andava un po’ meglio ma nientedichè, anche perché la febbre del sabato sera, forse per motivi anagrafici,  non ci aveva preso più di tanto e raramente frequentavamo le discoteche della riviera. In città dopo le nove di sera non c’era nulla, anche i bar della piazza avevano già chiuso, e l’emozione più forte poteva essere di tornare alla macchina e trovare un vetro spaccato da qualche disgraziato che ti aveva rubato l’autoradio,  magari era lo stesso a cui avevi da poco dato cento lire e che prima o poi avrebbe ingrossato la schiera dei morti per droga. Ecco, quello che non mancava a Ravenna erano i morti per droga ai quali cominciavano ad aggiungersi quelli di AIDS.

Il teatro, i viaggi in barca, i concerti non erano più sufficienti a nascondere l’insoddisfazione che ci accompagnava e La Regina d’Africa è stato lo strumento che ci siamo inventati per uscirne perchè come dice questa poesia di Martha Medeiros:

Lentamente muore (Ode alla vita)

Lentamente muore

chi diventa schiavo dell’abitudine,

ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,

chi non cambia la marcia,

chi non rischia e cambia colore dei vestiti,

chi non parla a chi non conosce.

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Lentamente muore

chi non capovolge il tavolo

quando è infelice sul lavoro,

chi non rischia la certezza per l’incertezza

per inseguire un sogno,

chi non si permette almeno una volta nella vita,

di fuggire ai consigli sensati.

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Lentamente muore

chi abbandona un progetto prima di iniziarlo

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Valerio Ravaioli