Presentarsi nel clan

La Regina d’Africa è il luogo dove ho inaugurato una lunga e proficua stagione di libertinaggio. Tutto è scaturito da un gesto di seduzione magistrale, talmente gratificante che in seguito lo avrei usato come modello.

In quegli anni io e tutti i miei amici andavamo ogni sera alla Regina d’Africa; facevo una vita molto vivace e stavo con C.C., la mia fidanza, e per quanto in fondo stessi bene con lei, avevo una gran voglia di sperimentare altri letti. Non posso dire che flirtassi con chiunque, ma quasi.

Non solo io del resto: erano tempi di un certo fervore e ricordo che la gente attorno a me, negli ambienti che frequentavo, era eccitata, disposta al fermento, incline alla tendenza del momento, che sussurrava ovunque, anzi gridava, dalle pagine delle fanzine agli articoli di Bonito Oliva, dai romanzi di McInerney alle canzoni di Kid Creole, che era tempo di divertirsi. Divertirsi ora, adesso e non alla fine della rivoluzione, qui e in questo preciso istante era il momento di lasciarsi andare a un nuovo corso, a un’estetica del comportamento che propugnava il piacere, il divertimento e la vanità del tutto, e che fu raccolta con un certo sollievo anche dalla generazione dei fondatori della Regina d’Africa, che dagli anni della prima giovinezza avevano trascorso un discreto periodo di più o meno seria osservanza morale. Parlo di quelli che erano stati in Lotta Continua e compagnia bella che, pur lontani da una certa mentalità stalinista in voga all’epoca, venivano da tempi lunghi e pesanti, dei quali sentivano in qualche modo la responsabilità. In conclusione, alcuni di loro avevano aperto un magnifico locale, il più bello della zona, dove si allargavano le conoscenze, si scompaginavano i gruppi, ci si rimescolava, e dove non chiudevano mai la sbarra del parcheggio.

Essendo questa un’opera interamente dedicata alla Regina d’Africa, immagino che sia superflua ogni mia descrizione. Però vale la pena di ricordare che ogni lato del locale si affacciava su un ambiente diverso, per vedere chi c’era dovevi girare tutto il perimetro e poi guardare dentro, e si aveva la sensazione di poter scegliere sempre l’angolo più adatto. All’esterno qua e là passavano sugli alberi i fili della luce e in fondo, verso nord, c’era il ping-pong in cemento. C’erano sedie ovunque, era un luogo protettivo e aperto, sovrastato da pini altissimi, dove potevi stare in disparte o cercare facce nuove e mischiarti con chiunque, dove osti e avventori si accordavano perfettamente su un tono comune. Al ristorante imperava la rucola, che Elio, il cuoco, propinava con pennette allo champagne. Dalla Regina d’Africa si partiva per qualunque destinazione e lì si tornava prima di andare a letto.

Una sera il mio sguardo aveva incrociato quello di B.B., che già conoscevo perché amica di amiche, e così ci fermammo a scambiare due battute vicino alla cassa. Rimasi folgorato: tutto di lei, il suo vestito, i capelli, il sorriso, lei così eretta e vicina, l’alito, proprio tutto di lei, gli occhiali da miope, persino la banconota che teneva in mano, tutto era bellissimo e appetitoso e gridava sesso, incitava al sesso. Facemmo appena in tempo ad avvampare che già ci separammo: se ne stava andando con un amico e mi salutò con un bacetto, lasciandomi in preda all’impero dei sensi, lasciandomi con un pensiero unico e costante che ripeteva come un disco rotto la voglia impellente che mi aveva scatenato. Sapevo che ci saremmo rivisti la sera dopo e fu così, ma il problema era che B.B. si presentava sempre accompagnata da un gruppo compatto e numeroso di amici, e in mezzo a loro restava tutto il tempo, così che non avevo mai l’occasione per parlarle da solo. Non si alzava mai dalla sedia fino al momento di andarsene, e adesso è chiaro che la sua fosse solo pigrizia, ma all’epoca pensai a qualcosa di strano. Una sera dopo l’altra le occasioni per incontrarci capitavano sempre e solo di passaggio, quando arrivava e quando se ne andava, fugacemente, come se fosse stata iscritta a una comitiva turistica e costretta a seguire la guida. Ci guardavamo da lontano. Era come corteggiare la nipote di Vito Corleone. Un bel problema, perché di certo non avevo la minima intenzione di appostarmi ad aspettare che si isolasse dal gruppo per circuirla, e lei in ogni caso non si alzava mai.

Ora occorre che sia chiara la situazione con C.C. Entrambi avevamo una certa voglia di allontanarci e stare un po’ da soli dopo sei anni di vita di coppia, e quella era l’estate giusta. Semplicemente cominciammo a uscire ciascuno per suo conto, senza rancori o sotterfugi. Venne facile, perché ormai non eravamo più una coppia ma un trio, avendo passato i mesi precedenti sempre assieme a Franco, che era il mio migliore amico e che lo era diventato anche di C.C.

Ormai non facevo che pensare a B.B. e a detestare quella situazione, così una sera, dominato dal sangue, decisi di agire. Ma di quel momento in cui buttai il cuore oltre l’ostacolo non ho nessun ricordo, ed è un peccato, perché di solito mi agito parecchio. Posso solo immaginare di avere valutato la camicia che indossavo, fumato tre mezze sigarette, magari bevuto qualcosa, anzi di sicuro, di essermi preoccupato dell’alito mentre schivavo una conversazione e alla fine di avere sfoggiato il mio passo migliore. Ricordo che mi vide avvicinarmi e ci sorridemmo, ma anziché passare oltre come al solito, le andai incontro e penetrai quel cerchio magico fino ad arrivarle di fronte, senza mai staccare il mio sguardo dal suo. Credo che già questo la sorprese, anche perché io non aprii bocca e rimasi a sorriderle come se fossimo stati soli. Le conversazioni si interruppero e tutti si girarono a guardarci, proprio come al cinema quando c’è la scena del giudizio degli amici. Questo dovette forzare la sua indolenza, perché B.B. si sentì in dovere di condurre la conversazione, e il fatto che fossimo in pubblico – un pubblico attento – la fece arrossire.

– Ciao Gianfranco.

– Ciao B.B.

– Cosa fai da queste parti?

Ed ecco il momento che vale tutta la storia. Non avevo ancora smesso di guardarla, e l’ostentata esclusione che avevo riservato a tutti gli altri rendeva più che esplicito, direi anzi pubblico, il mio interesse per lei. Per di più mi aveva appena fatto una domanda che da sola rivelava tutto il suo affanno. Era vulnerabile.

Le risposi – Vuoi la risposta conveniente o quella vera?

Ovviamente non accadde, ma ora qui immagino un sommesso “Oooh…” degli amici. B.B. avvampò e la sua espressione mi inondò di un piacere tale che ancora oggi dura, se sono qui a descriverlo.

Si affrettò a dire – Quella conveniente.

Accese uno sguardo esplicito.

– Sono passato per vedere qualcuno. Ci vengo tutte le sere.

– Ma pensa.

– Vogliamo andare a fare un giro?

Ora, pur ammettendo che tra i cespugli della mia memoria scorrazzi impunemente l’immaginazione, credo proprio di aver visto anche tracce di autentico sollievo nello sguardo che B.B. sollevò su di me. Sollievo e gratitudine. Ero stato un gran ganzo davanti ai suoi amici e le avevo chiesto di fuggire con me di fronte a tutti, senza procurarle il minimo imbarazzo, anzi offrendole la possibilità di essere audace. Rispose di sì e si alzò. Fu perfetto.

Naturalmente tanta disinvoltura va poi mantenuta anche nei momenti che seguono e sono sicuro che andò così. In ogni caso alla fine, seminudi dentro l’auto, desistemmo per le zanzare e tornammo alla Regina d’Africa. Continuammo a frequentarci per una settimana e poi non ricordo come – forse stavamo troppo tempo seduti – andammo ciascuno per la propria deriva.

Dopo poco tempo ricevetti a casa la fantomatica visita del suo capo, massone, molto in vista in città, che suonò al mio campanello e mi chiese di fare due passi con lui. Io conoscevo il tizio solo di nome, sapevo chi era e che prima che io la incontrassi era stato coinvolto in un’avventura amorosa con B.B., che era appunto una sua dipendente. Scesi in strada e mi disse che ci teneva a fare due chiacchiere con me, così mi avviai a camminargli accanto, annuendo. Parlò per tutto il tempo, mentre io assentivo con le sopracciglia alzate. Da lontano potevamo sembrare un padre che apre i segreti della vita al figlio, o Heidegger e Hannah Arendt che passeggiano per Marburgo, ma tutti i miei sforzi annuitivi erano per immaginare cosa diavolo volesse da me. Compiuto il perimetro dell’isolato tornammo alla mia porta dove, senza risposte, ci salutammo per la seconda e ultima volta.

Quanto alla storia con C.C., andò così. Il giorno dopo mi precipitai da Franco e gli raccontai tutto. Avevo notato una certa sua riluttanza, che addossai all’imbarazzo di trovarsi in mezzo a un tradimento nella scomoda parte dell’amico di entrambi, ma poi mi accorsi che era impallidito. Mi confessò che la stessa sera lui e C.C. erano finiti a letto e che lui l’amava. Mi fu chiaro solo allora quanto era evidente, e che doveva andare avanti già da un po’ senza che me ne fossi accorto. Una trama parallela a quella della mia avventura.

È un episodio che mi rende orgoglioso e di cui mi vanto, anche se è del tutto involontario. Il mio migliore amico era immerso fino al petto nella più grande espressione di costernazione che avessi mai visto, stritolato fra due diversi moti d’amore, che a lui dovevano sembrare inconciliabili. A me lo legava, ne sono sicuro, anche un sentimento di riconoscenza, completamente superfluo, ma per lui forse così grave da rendere ancor più opprimenti le sue sofferenze. Eravamo seduti sui gradini di casa sua e lui non riusciva a guardarmi, e all’improvviso mi si liberò dal cuore un impulso di gratitudine, non saprei come altro chiamarla, che in un secondo ripulì l’atmosfera da ogni possibile risentimento presente e futuro. Via tutto in un secondo. Mi importava solo che tutti e tre noi stessimo bene, una cosa semplice e chiara come l’acqua. Mi venne da ridere per l’euforia, e guardando la faccia di Franco risi ancora, e poi gli dissi che gli davo la mia benedizione e che mi aspettavo la sua, che comunque era un gran bastardo che mi aveva reso cornuto e che un giorno i miei figli avrebbero versato il suo sangue per lavare l’onta. Poi raccontai tutto a C.C. e ci lasciammo sghignazzando, e io da quel momento seguii la varietà in amore. Cioè fui single per un po’ di tempo, come sta a significare la frase dell’inizio, una lunga e proficua stagione di libertinaggio.

Sollevo l’argomento perché è da quando ho iniziato a scrivere questa storia che sopporto il peso di quella dichiarazione squillante e spudorata, che ho usato in realtà solo per rispettare un patto. La frase è uscita durante una conversazione ed è piaciuta pazzamente all’editore di questa rivista, che allora mi ha chiesto un racconto che cominciasse proprio in quel modo. Che potevo farci?

 

Gianfranco Tondini