Trent’anni dopo

Non l’ho frequentata moltissimo. Forse venti volte nella prima metà degli anni Ottanta.

Vivevo a Bologna in quegli anni. Ero all’università. Tornavo a Ravenna qualche fine settimana. Ci trascorrevo l’estate, ma ero sempre di passaggio. Sono rimasto così; anche oggi che me ne allontano raramente.

Ma parliamo della Regina d’Africa. Era bella. Sia come collocazione, nel cuore della pineta ravennate, sia come organizzazione degli spazi. Esterno e interno, pub e ristorante, ping-pong e freccette. C’era il calcino ? Chi lo sa ? Forse no. Ero un asso, me ne ricorderei.

Era un luogo fisico. Era un luogo della mente. Era un luogo unico.

Espressione di una cultura – gli ultimi bagliori di un fascino di sinistra – che non aveva dimenticato il ’68 e aveva da poco lasciato alle spalle il ’77.

Dal maggio francese alla fantasia al potere, da Che Guevara a Corto Maltese, da Patty Smith al Living Theatre. L’immaginario di sinistra esprimeva il meglio di sé. Forse per l’ultima volta era in grado di affascinare e attrarre. Erano i fuochi d’artificio di un carnevale che successivamente avrebbe conosciuto la deriva del terrorismo e la restaurazione dell’edonismo craxiano.

Il tutto attraeva e il suo compito la Regina d’Africa lo svolse egregiamente perché quella cultura, “portato” dei suoi ideatori e primi gestori, si esprimeva, ma non escludeva. Anzi, richiamava gli opposti intorno alla stessa tavola.

Per la prima volta ogni fede, ogni provenienza, origine e destinazione ebbero un luogo condiviso. Fu un incontro tra generazioni diverse. Piaceva ai giovani, ai meno giovani e ai non più giovani. Piaceva a uomini e donne in un’epoca in cui il rovesciamento dei ruoli si affermava come realtà. Piaceva a quelli di sinistra, a quelli di destra e ai cosiddetti “qualunquisti”. Fino ad allora frequentavano luoghi e locali distinti, identità che, insieme all’abbigliamento, rappresentavano categorie definitive. Con la Regina d’Africa non più.

D’altronde lo stesso nome, evocando l’omonimo film di John Houston, ci riportava ai mari dell’Africa Orientale e a quel piccolo natante – che oggi riposa al porticciolo di Key Largo nelle Florida Keys – sul quale il regista collocò protagonisti tanto diversi come la missionaria Katharine Hepburn e l’avventuriero Humphrey Bogart.

La Regina d’Africa costituiva un contenitore multiculturale che si avvantaggiava del contributo di tutti e sapeva gratificarne i sogni in un momento, forse l’ultimo, in cui questi esistevano ancora.

Si arricchiva nell’unire le diversità e nell’assemblarne le prospettive. E fronti tanto difformi e spesso contrapposti compresero che tra una birra, il fumo di una sigaretta, il racconto di un viaggio, Message in a bottle dei Police e A walk on the wild side di Lou Reed esisteva un territorio comune.

La sua fama si estendeva ben oltre Ravenna. I miei amici bolognesi impazzivano per quel locale così vicino e così lontano. Dai tam-tam e dai bongos assordanti e ripetitivi di Bassona beach, il tardo pomeriggio confluivano alla Regina d’Africa per poi, nel cuore della notte, disperdersi nelle case degli amici ravennati.

Si mangiava ottimamente e si beveva bene, spesso molto e qualche volta troppo. Ci si incontrava, ci si conosceva e si condividevano idee e progetti. Erano i tempi in cui ancora si parlava: di un amore, di un film, di un viaggio. Le discussioni iniziavano in gruppo davanti a un buon rum, per poi esaurirsi alle prime luci dell’alba a casa di qualcuno.

Erano tempi di fervida produzione letteraria, musicale, cinematografica, artistica in genere. Erano forse gli ultimi slanci prima dell’appiattimento dei decenni successivi.

Dopo si è ripetuto, ricalcato, ricopiato. In quel momento si ideava, si produceva, si esploravano nuovi territori e nuovi percorsi.

Erano i tempi della New wave – ma li conosci gli Psychedelic Furs? e i Talk Talk ? – e dei maxi concerti al Comunale di Bologna, dai Police a Patty Smith. Andrea Pazienza disegnava il suo mondo e ci induceva a rispondere al test alla fine di Notte di carnevale e a chiederci: “ma io sono Zanardi, Colasanti o Petrilli?”. Il cinema sfornava capolavori a ripetizione e si arricchiva di nuovi contributi, dall’est europeo, all’Africa, all’Asia, mentre il nostro immaginario correva tra Indiana Jones e il colonnello Kurtz, tra Blade Runner e C’era una volta in America.

Anche Ravenna partecipava. Aprivano nuovi locali: Nairobi, Bisantium, Negrillo. Si organizzavano concerti e rassegne cinematografiche e il mio amico Danilo Papa esprimeva il suo genio, nobilitando un manifesto per l’Ufficio Cinema del Comune con l’immagine di Robert Mitchum che rigira tra le mani una stella da sceriffo.

Ma la cultura non era tutto, anzi. La Regina d’Africa era luogo di seduzioni. Affascinare ed essere affascinati era la principale attività con il suo corredo di corteggiamenti, tresche, amori che iniziavano e altri che finivano, alcuni quasi eterni e altri che non vedevano le luci del giorno dopo. Gioie e piccoli drammi, in poche parole: vita.

Ebbene, a distanza di trent’anni anni possiamo dirlo. Della vita di allora la Regina d’Africa è stata una protagonista indimenticabile e probabilmente irripetibile.

 

E.C.