Un sogno

Per i ragazzi di Marina, pure abituati fin da piccoli alle lotte di strada, ai pericoli dei campi dove ancora si poteva inciampare in qualche residuato bellico, quella piccola casa nella pineta era un luogo proibito. Il confine di un territorio e per questo oggetto di storie leggendarie e di sfide di coraggio.

Ci si avventurava di notte con le biciclette senza luci e senza neanche il soccorso dei fari delle macchine. La statale e il suo traffico rumoroso, ma confortante, sarebbe arrivata solo anni dopo.

I più si fermavano prima, solo pochi scriteriati si lanciavano in apnea, trattenendo il respiro più che potevano, oltrepassando quella casa nelle tenebre da cui traspariva una lucina fioca. Il ritorno però si faceva dal lungomare, perché sfidare la sorte due volte in una sera è troppo anche per uno di Marina.

Anni dopo quando un gruppo di amici con i quali condividevo serate di carte e Jack Daniel’s nella soffitta di via Salara in cui abitavo decise di dare corpo agli improbabili deliri che di solito ci assalivano verso l’alba, dando vita a un locale, rimasi sorpreso. Ma di più crebbe lo sbigottimento quando annunciarono il luogo che avrebbe visto nascere l’epopea della Regina d’Africa: la piccola casa nella pineta di Marina. Quando vi misi piede lo feci con cautela e con rispetto, i miti non muoiono mai. Quella piccola casa mi faceva tornare bambino e riaffiorava quella sottile paura mista al piacere della sfida.

E qualcosa di magico doveva pur esserci, una specie di tempo sospeso, un’ isola sulla terraferma che tutto trasformava come per incanto, belli e brutti, un po’ meno belli gli uni, ingentiliti dalla penombra gli altri, una piccola rivoluzione sociale.

Poi la stravaganza dei gesti, dei modi, delle parole pareva mitigarsi tra le luci soffuse, le penombre, la musica…

Pochi giorni fa, poche notti fa, ho fatto un sogno, ma non sono certo che si trattasse di un sogno, né che fosse davvero pochi giorni fa. Uno dei proprietari della “Regina” aveva fatto un acquisto improvvido, senza avvertire gli altri. Aveva comprato tremilacinquecento civette surgelate, non si sa bene dove e neppure si era mai sentito di qualcuno che servisse civette arrosto. Nel sogno gli altri compagni di avventura non fecero una piega e decisero di trasformare la – diciamo così – bizzarria in una proposta originale. E così fecero, tanto che arrivati a settembre le tremilacinquecento civette erano terminate.

Sono certo che lungo un sentiero di qualche bosco nel mondo la Regina continua oggi ad attirare gente strana e curiosa e un po’ speciale, e sempre continuerà a farlo, solo spostandosi di tanto in tanto alla ricerca di nuova gente strana e curiosa, un po’ speciale.

 

Danilo Montanari